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Effetto boomerang in piazza Tahrir

Khaled Said, Alaa Abdel Fattah, Ahmed Maher e Samira Ibrahim sono solo alcuni dei giovani rivoluzionari egiziani cresciuti negli anni ’90. A quell’epoca risalgono le prime politiche economiche neo liberali la cui inutilità è diventata evidente alla fine del secolo scorso.

Anche se il processo di liberalizzazione ha avuto conseguenze macro economiche positive, il deterioramento del mercato del lavoro ha spremuto fino all’ultima goccia quei ragazzi che hanno visto con i propri occhi il picco del tasso di disoccupazione giovanile, passato dal 9,5% del ‘98 al 14,3% del 2006.

Incatenati da una disoccupazione che non permetteva loro di realizzarsi e stretti dalla morsa di un regime che negando loro ogni diritto li aveva resi sudditi, questi giovani hanno iniziato a pensare nuove forme di opposizione in grado di sfuggire alla fitta rete di quel regime che volevano far affondare.

Sono state azioni collettive portate avanti da attori non collettivi a far scendere nelle strade egiziane milioni di cittadini. Decentramento, flessibilità, mancanza di leadership ed ideologia, eterogeneità ideologica e propensione a una partecipazione informale alla vita politica sono stati punti di forza nella lotta contro il regime. Sin dai primi giorni della transizione però, queste caratteristiche si sono rivelate un boomerang controproducente.

Da Tahrir alle urne
Le dinamiche elettorali del post-Mubarak hanno infatti mostrato un eterogeneo universo giovanile incapace di guidare quel coro urlante che aveva centrato il suo primo obiettivo, l’uscita di scena del dittatore, ma doveva ancora raggiungere tutti gli altri.

Shabab al-Thawra è stato uno dei principali movimenti che ha cercato di rappresentare le istanze giovanili, facendo partecipare i suoi membri alle elezioni parlamentari del 2011. Anche se vi confluivano 25 gruppi, questo schieramento non è stato in grado di correre compatto e, deluso dai risultati raggiunti, l’8 luglio 2012 ha annunciato il suo scioglimento.

Non è andata meglio nel corso delle successive presidenziali. I giovani fuoriusciti dalla Fratellanza Musulmana e confluiti in Al-Tayar al-Masry hanno sostenuto l’islamista riformatore Abdel Moneim Abu el Fothou. Pur non dichiarandolo ufficialmente, il movimento del 6 Aprile ha invece sostenuto il nasseriano-socialista Hamdin Sabbahi.

Allorché nessuno di questi due è arrivato al ballottaggio finale, i giovani si sono trovati davanti all’incubo che mai avrebbero voluto vivere: da una parte il premier dell’ultimo governo Mubarak, Ahmed Shafiq, dall’altra il leader della Fratellanza Musulmana, Mohammed Mursi. Alcuni hanno optato per il ballottaggio, altri si “sono turati il naso” e, pur di evitare un ritorno al passato, hanno votato Mursi.

I custodi della rivoluzione
Anche se i giovani sino ad ora non sono riusciti a tradurre la loro rivoluzione in risultati elettorali, il loro ruolo non può essere misurato limitandosi a questo aspetto. Sono stati infatti i veri custodi della rivoluzione e per difenderla hanno pianificato una serie di iniziative originali.

Tra ottobre e dicembre 2011, un gruppo di attivisti che voleva denunciare la violenza usata dal Consiglio Supremo delle Forze Armate contro i manifestanti ha iniziato la campagna 3askarKazeboon, i militari sono dei bugiardi. Grazie a un proiettore collegato a un computer e a un telo sul quale vedere proiettare i filmati, gli attivisti hanno mostrato le atrocità perpetrate dall’esercito, portando queste immagini anche in zone rurali dove l’accesso a internet è più limitato.

Durante la campagna per le parlamentari è nata Esmikflol.com, un’iniziativa con la quale si denunciava la presenza di ex membri del partito di Mubarak tra le liste dei candidati. Poi è stato il momento di Mosireen’s, un collettivo che ha creato l’omonimo canale YouTube per contrastare la copertura delle proteste in corso da parte dei media statali. Infine, appena Mursi è stato eletto, è nato il Morsimeter, un sito web interattivo che ha valutato le performance politiche del presidente, pubblicandone periodicamente i risultati.

All’interno di questo eterogeneo movimento giovanile la dicotomia Islam-secolarismo e la segregazione sessuale sono meno marcate di quanto accade negli alti palazzi della politica. Anche se esistono gruppi giovanili islamisti e simili unioni copte, come il Movimento dei giovani del Maspero, vi sono organizzazioni come Salafyo Costa nella quale confluiscono salafiti, musulmani moderati e copti che vogliono estirpare ogni seme di intolleranza religiosa.

L’articolo termina su Affari Internazionali, dove e’ stato pubblicato all’interno dello speciale: Ondata e ritorno. I giovani del Mediterraneo dall’Iran ai peasi delle primavere arabe.

Ahdaf Soueif guarda la sua città: il Cairo

Ahdaf Soueif ha firmato il contratto per scrivere un libro sulla sua città, il Cairo. Eppure, fino al 25 gennaio 2011 questa autrice egiziana, penna conosciuta dai lettori del quotidiano britannico Guardian, non aveva scritto una riga. Temeva infatti di mettere nero su bianco un’elegia dai toni tristi e nostalgici che mai avrebbe voluto dedicare alla sua amata patria. Quando iniziò a scrivere la cronaca della rivoluzione che ha portato alla caduta del regime trentennale di Hosni Mubarak, Soueif capì che era però giunto il momento di rispolverare quel vecchio contratto.

Alla vigilia della prima grande manifestazione nelle strade del Cairo, Soueif si trova al festival della letteratura di Jaipur, in India, e rilasciando un’intervista a una televisione locale spiega che quanto sta accadendo in Tunisia potrebbe succedere anche in Egitto, ma serve ancora qualcosa. I giovani devono coalizzarsi, unire le loro voci per trasformarle in un coro urlante che scuota definitivamente il vecchio raìs.

Ed è proprio questo canto corale che Ahdaf Soueif racconta nelle prima parte del suo libro,My City Our revolution, pubblicato a Londra nel gennaio 2012 e tradotto ora in italiano da Donzelli editore con il titolo Il Cairo, la mia città, la nostra rivoluzione. Se nella prima versione inglese la scrittrice si ferma all’ottobre 2011, mese in cui iniziano gli scontri frontali tra i manifestanti e i militari che gestiscono la transizione, in quella più recente aggiunge una parte dedicata a quella rivoluzione che non si è esaurita in diciotto giorni di lotta di strada, ma che è ancora nel vivo, diventando sempre “più grande, più dura, più reale/ realistica e diversificata.”

Il Cairo, la mia città, la nostra rivoluzione non si limita alla narrazione oggettiva degli eventi, ma racconta anche il modo in cui la scrittrice vive, sente e interpreta quei momenti che riguardano non solo lei, ma anche i suoi parenti.

Nel sangue di Soueif scorre infatti il Dna di una famiglia di oppositori. La sorella, Leyla, è una professoressa dell’università del Cairo che ha deciso di sposare Ahmed Seif al Islam, uno dei più noti avvocati egiziani di diritti civili, un uomo che durante il regime del deposto raìs ha scontato cinque anni di galera per le sue posizioni comuniste e la sua attività sovversiva. Da questo matrimonio sono nati due colonne della rivoluzione. Mona Seif fondatrice della commissione contro i processi civili nei tribunali militari e Alaa Abdel Fattah, creatore, insieme alla moglie, di Manala.net, il primo aggregatore di blog lungo il Nilo dove già dal 2005 si sentivano frequenze sovversive. Alaa, il cui viso è spesso ritratto dai writers che pitturano sulle pareti della capitale, è uno dei simboli della rivoluzione a cui viene addossato un processo ogni volta che nelle strade del Cairo succede qualcosa di grosso.

Il punto di osservazione scelto da Soueif è Midan al-Tahrir, la piazza da lei definita il Santo Graal della storia egiziana. Già dal 1860, quando il khedivè Isma’il la concepì sul modello dell’Etoile di Parigi, controllare Tahrir sembrava cruciale per dominare l’Egitto. Fu proprio qui che Isma’il collocò l’esercito quando gli inglesi, nel 1882, occuparono l’Egitto. Ed è proprio a pochi metri da qui che gli statunitensi decisero di costruire la loro ambasciata. Negli anni rivoluzionari di Nasser, al centro di Tahrir fu posta una statua di Simon Bolivar e nel 1972 fu qui che si riunirono gli studenti in rivolta che il presidente Anwar Sadat trascinò in prigione. Insomma, conclude Soueif, El-shar’eyya m’en-Tahrir, è Tahrir che ci legittima.

Tahrir però non è l’unico palcoscenico della rivoluzione e la scrittrice va ad osservare anche che cosa accade nelle vicinanze delle carceri cairote dove la dakhleyya, la polizia del ministero dell’interno, apre le porte delle celle istigando i detenuti a diffondere il caos nelle vie della capitale. È in questi racconti che Soueif ricorda Muhammed al-Butran, uno dei pochissimi poliziotti che i ragazzi di piazza Tahrir ritengono un martire della rivoluzione. Butran aveva convinto alcuni detenuti del carcere di Qatta a rientrare in cella e quando questi lo fanno viene ucciso da un colpo di arma da fuoco dall’ispettore responsabile della prigione.

La rivoluzione che racconta la scrittrice si dipana indipendentemente dalla piazza in cui i suoi artefici l’hanno pensata e iniziata. Coinvolge un paese che ancora oggi è ben lontano dall’aver concluso il percorso verso una reale democrazia partecipativa che non sia esclusivamente elettorale, ma che coinvolga le minoranze, siano esse politiche, religiose e di genere.

“Anche se voi lettori vi trovate in un futuro che io non conosco, vorrei comunque consegnarvi una storia che vi aiuti a colmare la distanza tra il momento in cui si conclude questo racconto e la situazione in cui verserà l’Egitto nel momento in cui voi lo leggerete” scrive Soueif. Ancora è presto per dire se la scrittrice ha centrato il suo obiettivo. Quello che è già sicuro leggendo le pagine di questo libro è che le istantanee che Ahdaf Soueif ha scattato fino ad ora sono al contempo mosse, ma nitide.

Questo articolo è stato pubblicato su Reset.itAhdaf-Soueif-Hossam-Hamalawy1